È un momento di grande confusione politica in tutti gli schieramenti. Nel centrosinistra il dibattito è fermo in attesa della caduta del Premier Berlusconi, ormai dato per spacciato da molto tempo. Nonostante la previsione disattesa di una debacle del Governo, il PD continua a perdere consensi e non riesce a comprendere che non ha più la forza di proporsi come alternativa. Inoltre, i partiti alleati come l’IDV ed i movimenti satelliti di sinistra, vivono una stagione di appannamento e lo stesso Di Pietro è implicato in chiacchiere o presunte commistioni con la cricca degli appalti. Il trend positivo sembra ormai un vecchio ricordo per Tonino e company. Infine, all’interno del partito di Bersani, si avverte area di sconcerto e molti sono in attesa di sollevarsi in volo verso altri lidi.Nell’area di centro il discorso è più complicato del previsto. Nonostante annunci altisonanti e kermesse di grande effetto, il peso specifico è sempre lo stesso. Fa più notizia il silenzio che le dichiarazioni dei leaders del centro. A complicare la faccenda è arrivato il problema del simbolo nell’UdC. Rocco Buttiglione, che ormai rappresenta un ricordo della passata stagione politica, mostra un’attività senza precedenti. Il motivo è appunto il simbolo dello scudo crociato di cui dispone della proprietà. Il filosofo, che non può contare su di un consenso in termini di delegati nell’UdC, sa bene che può contare grazie alla dote del simbolo della gloriosa DC, che in termini di consenso elettorale continua a produrre uno zoccolo duro di due punti percentuali. Il presidente dell’UdC (incarico da testa di cuoio, come d’altra parte il ruolo di Cesa, essendo praticamente Casini il vero leader) sa bene che per salvare il simbolo deve spostare l’attenzione del partito verso il centrodestra e sa bene che una larga maggioranza dei dirigenti di partito tendono verso quella direzione. Il filosofo, inoltre, confida sull’eventualità di uno scontro con Rutelli e l’API. Non è un mistero che tra l’UdC e l’API non tutte le dichiarazioni sono rose e fiori.Infatti, Casini e Cesa sono attenti all’API di Rutelli fino a quando questi riescono a portare via consenso al PD ed attirare gli ex margheritini. Nel caso malaugurato di una inversione di tendenza, con attenzione dell’API verso l’elettorato dell’UdC, i rapporti sono destinati ad inclinarsi. Per ora va tutto bene madama la marchese perché i Carra, i Lusetti e le Binetti si sono spostati nell’UdC ed anche Mantini (un fido di Rutelli nell’amministrazione della Margherita) ha varcato il Rubicone ed è approdato direttamente nel partito di Cesa.Discorso a parte per Tabacci. Casini non vedeva l’ora di liberarsi della spina nel fianco di Berlusconi nella passata legislatura, in caso di un approdo (come ormai sembra palese) e di ritorno nel Governo di centrodestra. Non dimentichiamo che Tabacci procurava problemi insieme all’amico Follini, ora approdato nel PD. Sta di fatto che, nell’eventualità di elezioni anticipate, Casini deve difendere la percentuale del 5% dello sbarramento previsto dalla legge e di questi tempi l’amico Rutelli potrebbe insidiarlo con un travaso di voti a perdere. Infatti, l’API ha capito l’antifona e continua ad organizzarsi sul territorio per raccogliere i frutti del proprio lavoro in caso di elezioni (l’alternativa sarebbe, in caso di alleanza dell’Udc con Berlusconi) di fare marcia indietro e bussare al partito di Rosy Bindi per salvaguardare per sé (Rutelli) e per i suoi (Tabacci, Lanzillotta e Pisicchio) un posto in Parlamento. Gli auspici per una alleanza con Luca Cordero di Montezemolo sono per me fantasie erotiche. Lo immaginate l’ex Presidente della Fiata che difende il partito della Fiom con il PD? Questo perché con Rutelli, Montezemolo dovrebbe schierarsi con il centrosinistra. È vero che la politica è anche spettacolo ma questo mi sembra un dramma da quattro soldi recitato sul proscenio di un tetro da parrocchietta.Cosa accadrà se l’UdC farà parte di un rimpasto di Governo non è dato saperlo. Certo gli ex margheritini e soprattutto Pezzotta, dovrebbero adattarsi a formare un nuovo centro (un altro movimento) con conseguenze davvero disastrose per l’elettorato di centro. A meno che Pezzotta non vada a bussare alla porta di Tabacci e rinnegare se stesso e ammettere di aver visto lucciole per lanterne. I pontieri sono già all’opera con scarso seguito.Nel centrodestra la confusione è ancora peggiore. Fini fa le bizze. Bossi emana fuoco e fiamme se non passa il federalismo. Berlusconi ha imparato a fare un passo avanti e due indietro. Colpisce, però, che tutti questi nemici interni del centrodestra sono tacitati da un consenso che non accenna a diminuire (a parte qualche punto percentuale che non mette in pericolo il risultato delle elezioni). Tremonti va alla grande in Europa, anche se in Patria non è molto amato e da tempo (più per i risultati che per amore) ha trovato la sponda del Governatore della Banca d’Italia ed anche della Confindustria. Ritornando a Montezemolo il discorso si fa serio se l’UdC davvero penserà al centro, rinunciando alla politica dei due forni. Metterlo in imbarazzo con scelte ambigue non credo sia il caso. Ma la politica, a parte dichiarazioni condivisibili, è l’arte del mestiere del tornaconto ed oltre alle sceneggiate dei programmi televisivi esiste la sostanza delle cordate economiche internazionali e Luca Cordero farà ciò che deciderà il vecchio Kissinger o chi ha preso il posto di Cuccia. Fantapolitica?Penso proprio di si. Ma di questi tempi vogliamo anche privarci di sognare?
sabato 19 giugno 2010
mercoledì 16 giugno 2010
IL FENOMENO DEL BRICOLAGE
martedì 15 giugno 2010
LA ROSA DI SAVINO PEZZOTTA ED IL FANGO DEL DESERTO
LA SALITA SUL RING DI LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO
sabato 27 marzo 2010
IL CENTRO È UN’AREA POLITICA DEI MODERATI E CASINI NON HA L’ESCLUSIVA
L’area politica di centro è un progetto che riguarda i moderati. Un’area dove si collocano i cattolici, i liberali ed i democratici popolari. Stazionare in quest’area con la presunzione dell’esclusività è una distorsione storica ed un atteggiamento di arroganza da parte di chi sostiene un progetto simile alla veste dell’ermellino, disposto a cambiare pelle in base alle circostanze ed alle convenienze. L’area di centro non è un una posizione, l’abbiamo ribadito più volte, dell’aula parlamentare, rifugio peccatorum per la transumanza dei peones delusi dalla sinistra e dalla destra.
Non è l’area politica di Rutelli che si smarca dalla sinistra massimalista e si colloca al centro per contrattare un’alleanza di centrosinistra. Non è l’area politica di Fini che vorrebbe occupare un centro per ostacolare il progetto di Berlusconi e del centrodestra, in attesa di una nuova leadership. Il centro ha una connotazione ben precisa: uguaglianza sociale, libero mercato, famiglia, lavoro, sicurezza nazionale, difesa dei valori cattolici e sviluppo sostenibile, secondo i principi di solidarietà e sussidiarietà.
Il pacchetto del programma è tutto compreso.
Non sono ammessi distingui e distorsioni sulla enucleazione dei concetti di base. Chi pensa di rifarsi un lifting per l’occasione ha sbagliato collocazione. La stessa procedura riguarda Casini ed il suo partito.
Non sono ammessi occupazioni di spazi non conformi alle prerogative di centro. Amalgama variopinti di ulivista memoria non sono graditi ai moderati che hanno pagato un duro prezzo per la diaspora legata alla miopia di uomini politici ormai obsoleti ed incapaci di guardare oltre i propri interessi.
Anche le acrobazie futuriste di Bruno Tabacci non sono comprese dal popolo dei moderati. Tre fallimenti nello spazio temporale di un anno la dicono lunga sulla ricerca di uno spazio politico confuso. Dopo l’esperienza della Rosa bianca per l’Italia, la Costituente di Centro e l’Alleanza per l’Italia, sembra che la didascalia sia orientata a sinistra dopo l’esperienza di destra. A parole un’area moderata e nei fatti un salto della quaglia da destra a sinistra con il vestito consunto di centro. Si ripete il già teatrino di Follini: da Berlusconi a Bersani per sostare nel limbo.
Occorre un’idea ben precisa del centro e non una stazione dove sostare in attesa di un treno che non passa mai. I tempi sono calamitosi e la crisi avanza a ritmo forsennato. Abbiamo bisogno di politici lungimiranti disposti a rifondare un centro forte ed identitario, non un balzar di amici e nemici all’occorrenza. Il popolarismo di don Sturzo o il civismo di De Gasperi sono ancora attuali se delimitati da un forte contenuto storico politico. Gli strabici vanno d’accordo con i miopi e gli astigmatici con coloro che soffrono di cataratte. Ora è tempo di verità e soprattutto di gente che non soffre la sindrome dei “segretari di Dio”.
È inutile perdere tempo ed energie.
domenica 14 marzo 2010
IL PARTITO DELLA NAZIONE: GESTAZIONE ED ABORTO
È in atto un Kadima tutto italiano che prefigura un amalgama tra forze di centro, di destra e di sinistra. Se ne parla da tempo, a volte con disinvoltura, a volte con sicumera, altre volte con circospezione. Chi sia il padre di questo obbrobrio non è facile saperlo. Spesso gli indizi portano a Casini, ormai votato all’incontinenza nei confronti di Berlusconi. A dare voce a questa diceria sono le difficoltà nelle quali si dimenano Rutelli e Fini. Francesco Rutelli, dopo la fuoriuscita dal PD, è in palese difficoltà di consenso e le aspirazioni di rifondare la sua “margherita” sono andate deluse.
Nonostante gli annunci altisonanti dell’Alleanza per l’Italia, il trend che si profila, in termini di consenso, non supera la cifra decimale dello 0.5%. Gianfranco Fini, dato per disperso nel deserto del centrodestra, ha provato a raccogliere gli ex camerati della disciolta Alleanza nazionale e dopo tante attestazioni di stima ha capito che molti non lo seguiranno in caso di rottura con il premier Berlusconi. Nella più rosea delle ipotesi un distacco di AN dal PdL frutterebbe non più del 3.0% dei consensi. Infatti, sono in molti, tra gli ex, che ormai viaggiano con idee proprie senza il fiato addosso del padrone indiscusso della destra nazionale.
Pierferdinando Casini, nonostante i desiderata di sconvolgere la vita politica di Berlusconi, ha ben presente il rischio di un passo falso e teme lo sbarramento del 5.0%, messo in dubbio da un possibile ritrovato vigore tra i fondatori del PdL, per cui, come i gamberi, fa un passo avanti e due indietro. Ha già provato nel 2007 il voltafaccia di Fini nella famosa vicenda degli ectoplasmi.
I tre leaders si studiano a vicenda e, in ogni occasione, sembrano annusarsi con circospezione e diffidenza. L’aborto è già messo in conto con buona pace di tutti.
La telenovela avrà un finale scontato: Fini resterà nel PdL e Casini curerà il suo orticello – già miracolato nella passata elezione politica con il 5.6% - mentre Rutelli, con il malfidato Tabacci, busserà alla porta dell’amico Pierferdinando per un posto in lista. Ma ogni operazione ha un prezzo salato: l’annessione all’UdC.
Cinica conclusione della tattica democristiana, concreta e collaudata.
venerdì 26 febbraio 2010
IL NUOVO COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE
Nella fantasia di Rutelli e Casini è nato il Comitato nazionale di liberazione da Berlusconi. Per completare la banda Bassotti è stato coinvolto anche Fini. Forse il concepimento è legato allo scarso consenso che il centro ha ottenuto negli ultimi tempi. Sta di fatto che, tra i promotori, qualcuno ha inserito nella favola anche D’Alema e Pisanu. Come dire: il diavolo e l’acqua santa. Originariamente l’idea è stata coltivata da Tabacci (l’eterno antagonista di Berlusconi) che sogna un’Italia libera dall’imprenditore di Arcore. Lo scarso consenso delle urne e la crisi che attraversa il centro hanno fomentato questa diceria o fantasia tra il popolo degli osservatori politici. Rutelli pensava con l’ApI di sconvolgere il PD con l’uscita di scena dal centrosinistra (i suoi hanno preferito l’UdC). Casini pensava di mettere paura al Cavaliere (non si capisce perché risentito per la mancata eredità nel testamento o perché fatto fuori a calci dal centrodestra). Fini forse pensava di doppiare il gioco dei famosi ectoplasmi (fece argine a Berlusconi con Casini alla fine del 2007 e insieme meritarono l’appellativo di ectoplasmi) che gli consentì di scaricare in fretta Casini e ritornare pentito, come il figliol prodigo, alla casa del “padrone”.
Sta di fatto che la banda Bassotti si è messa in testa di preparare la resistenza contro il Premier, senza peraltro valutare se il popolo li seguirà.
Intanto, i sondaggi per le regionali sono disastrosi (per le alleanze dell’UdC con il centrosinistra) e presto assisteremo ad un altro “refugium peccatorum”.
Ma non viene la voglia di affermare che Bossi è più serio e più maturo di qui, quo, qua?
mercoledì 10 febbraio 2010
LE DUE FACCIE DELLA POLITICA
Come una vecchia moneta dell’antichità a due facce la politica si nutre di due ingegni contrapposti: l’ingegno di chi ostenta programmi ed editti e l’ingegno di chi lavora sodo sul territorio. I primi sono propensi a dare la colpa degli insuccessi dei loro programmi agli altri ed i secondi sono propensi a rimproverare i primi perchè si nutrono di teoria.È l’eterno dualismo dei cultori della rex. Se ci facciamo caso, notiamo che i cultori della politica amano frequentare vecchie volpi blasonate della politica e disdegnano la gente comune. Si meravigliano di non essere seguiti nei loro arzigogoli pensieri e protestano contro chi non guarda oltre il proprio naso. Sono gelosi dei propri scudieri e temono che la paglia, degli asini che guidano con accuratezza, sia avvelenata. Saltano tra i banchi del sapere con disinvoltura per abbeverarsi alla fonte del nettare della cupidigia e ubriachi sognono di spopolare tra i comuni mortali. Non muovono un dito per favorire l’accoglienza e tengono chiusi i propri santuari per timore di essere violentati. Osservatori acuti, non si lasciano sfuggire ai pettegolezzi e le chiose da bar, sicuri di intrufolarsi anche nelle questioni che non gli sono state affidate. Girono su se stessi, come spirali e si ritrovano in competizione contro chi gli somiglia per acume e propensione. Per la loro disinvolta alterigia si meravigliano perchè nessuno li segue e trovano sollazzo e piacere anche quando si lamentano tra loro. I cultori del territorio, se non sopravvivono al loro potere, perché travolti da un guerriero più forte, si mescolano tra i rivoluzionari della politica e diventano accaniti operatori del mercato degli scambi. Amano il baratto e vendono merce non partorita. Entrambi sono figli della democrazia.
martedì 9 febbraio 2010
GUARDARE OLTRE? SI PUÒ!
Siamo abituati, da tempo, alla politica degli schemi contrapposti. Superata la divisione tra la sinistra massimalista, la destra nazionalista ed il centro cristiano, ci siamo avvinghiati ad una politica contrapposta tra riformisti e progressisti, conservatori e populisti. La contraddizione consiste nel fatto che spesso i conservatori propongono riforme e i progressisti continuano a percorrere le strade del giustizialismo, arma letale dell’alternanza senza sbocco.
La gente è stanca e non si riconosce nella politica acculturata e stantia, palesemente statica ed ancorata ai privilegi di casta.
La politica, intesa come servizio, deve essere proiettata verso l’osservazione della nuova domanda che traspare dalle problematiche moderne ed attuali. Bisogna guardare oltre la propria difesa culturale e volgere lo sguardo tra le pieghe dei bisogni, delle attese e delle speranze della nuova società civile.
La comunità non chiede “sesterzi” e neppure “sussistenza”. La vera novità della società moderna è la sfida verso l’integrazione multietnica ed ambientale, il riconoscimento dei diritti nella partecipazione alla vita pubblica, la difesa dei valori universali, la libera espressione dei propri convincimenti, la condivisione delle tematiche sociali.
Questa sfida ha un significato profondo nel contesto politico: non un semplice ruolo di sporadiche presenze teleguidate ma una vitale interazione come cardine dello sviluppo e della condivisione.
Percorrendo i moti delle sensibilità politiche e proiettando le attese della civiltà del futuro, sembra delinearsi il nuovo dualismo tra “mente assorbente” e “mente impermeabile”. La prima favorisce l’interiorizzazione e quindi la cultura del fare, stimolando la partecipazione, la seconda favorisce il rifiuto e il diniego dello spirito di servizio.
Questa analisi ci porta ad una prima sensibile autocritica: governo del popolo o popolo per il governo? Ogni iniziativa seria, prima ancora di agire con un nuovo ordinamento – gruppo, movimento, partito – deve poter dare questa risposta primordiale: per la gente o per lo Stato? La novità consiste nel prendere coscienza che lo Stato è un’entità avulsa dai cittadini, una specie di santuario di privilegi e di casta.
Occorre, quindi, trascurare le vecchie logiche delle posizioni dominanti nell’emiciclo parlamentare, cha accomuna i vecchi schemi contrapposti e volgere lo sguardo tra popolare e aristocratici.
Oggi la lotta politica è impari, se si tiene conto del fatto che tutte le forze politiche sono propense a difendere posizioni di casta, rispetto ai pochi e sinceri aneliti di propensione nel dare al popolo il governo di se stesso.
La partita del futuro politico si giocherà su questo campo: solidarietà o sussistenza.
È ormai lontano la lotta tra socialismo e liberismo, tra comunismo e democrazia.
Il limite della nuova frontiera sarà taggato tra solidali ed individualisti.
martedì 26 gennaio 2010
HO SOGNATO DI INTERVISTARE DON LUIGI STURZO
Intervista a don Sturzo
D – don Luigi come è possibile coniugare i valori cristiani con i valori laici?
R – in modo abbastanza semplice, riconoscere che sono entrambi dei valori condivisi
D – don Luigi il popolarismo è valido ancora oggi?
R – se esiste il popolo si. Il popolarismo presenta questa prerogativa: iniziativa popolare.
D – don Luigi come mai i partiti in Italia durano un lustro, se tutto va bene?
R – perché non fondano le basi sulle proposte della gente ma sulle vedute personali.
D – don Luigi ha senso parlare oggi di politica democratica cristiana?
R – per capire se ha senso analizziamo le parole: esiste la politica? Esiste la democrazia? Esiste il cristianesimo? Se le risposte sono positive allora ha senso.
D – don Luigi è possibile coniugare politica e moralità?
R – provi ad invertire le parole: è possibile non avere moralità in politica? A questa domanda è legata la risposta del consenso. Non si è credibili.
D – don Luigi quali ingredienti servono per una proposta politica?
R – due ingredienti: la novità e la casualità.
D – don Luigi cosa intende per novità?
R – significa proporre qualcosa di nuovo che precorre ed accompagna i tempi. Una proposta politica è nuova quando altri non sono capaci di affrontarla o concretizzarla.
D – don Luigi cosa intende per casualità?
R – significa non essere in grado di definire il futuro, è la circostanza in cui ci si trova nell'incapacità di prevedere il verificarsi o l'evolversi di un fenomeno politico.
D – don Luigi non le sembra che in politica la casualità sia un fenomeno imprevedibile?
R – no se guardiamo all’altra parte della medaglia. L’incertezza porta ad ampliare la partecipazione ed il consenso.
D – don Luigi la prego di spiegarsi meglio.
R – un movimento o gruppo si riconosce in una azione e si organizza con regole certe dotandosi di un ordinamento. Su queste basi si scelgono gli organi di rappresentanza e si innesca la leadership che porta avanti la volontà del gruppo.
D – don Luigi in cosa difettano i partiti di oggi rispetto ai partiti tradizionali?
R – esattamente nel realizzare il contrario di ciò che abbiamo detto. Il leader si propone, fonda un movimento, si confronta con chi non mette in discussione la propria leadership ed a catena nomina i referenti con spiccata assonanza e reale sudditanza.
D – don Luigi qual è il segreto della democrazia?
R – prendere coscienza di un popolo libero in cammino e non di un popolo trascinato con forza.
D – don Luigi qual è il segreto di un partito
R – far spingere il motore dalla base, far manovrare la frizione o l’acceleratore agli organi ed affidare lo sterzo ad un leader. Il vantaggio di questo segreto porta alla consapevolezza che il motore si arresta se il guidatore è incompetente.
D – don Luigi la diaspora dei cattolici è ricomponibile?
R – no, assolutamente. Questo non è possibile perché i cattolici hanno imparato a convivere con i compromessi. La Dc era un necessità avvalorata dalla precarietà della democrazia.
D – don Luigi secondo lei il polo di centro è una chimera o un pio desiderio?
R – né l’uno e né l’altro. Un partito di centro ha per sua natura la nascita popolare. Se si creeranno le condizioni sarà il popolo a decretarne la nascita e la vita.
D – don Luigi quindi oggi non si intravede nessuna possibilità?
R – è sotto gli occhi di tutti. Se l’udc ha bisogno di scrivere il nome di Casini sul simbolo significa che ha riconosciuto di non essere un partito popolare ma individualista.
D – don Luigi la Dc era un partito popolare?
R – di certo nel simbolo si riconoscevano quasi tutti gli italiani cattolici e laici di buona volontà… quindi popolare.
D – domanda provocatoria. Ha senso parlare ancora di simboli cristiani?
R – no assolutamente. Quando l’uomo può fare a meno di Dio si può permettere il lusso anche di appendersi da solo ad un “bretellino” o ad un fiore di cactus. Ma il problema non è la simbologia. Lei dovrebbe riformularmi la domanda: ha senso fare a meno di un sacramentale? La Dc ha perso la propria identità quando ha confuso le due cose. Con il sacramentale era un reato rubare, con il simbolo era motivo di vanagloria appropriarsi delle cose altrui.
D – il futuro?
R – sarà giorno di festa quando la gente si incontrerà nelle catacombe, nelle cantine e nelle soffitte per combattere per la libertà. Oggi, ci sono le convention dove tre parlano e mille ascoltano a bocca aperta in nome della democrazia.
sabato 9 gennaio 2010
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